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Spalletti, Allegri e Sarri, grandi allenatori davanti a un bivio: rinnovarsi o morire?

Luciano Spalletti non riesce a trovare la soluzione all'enigma Juve
Luciano Spalletti non riesce a trovare la soluzione all'enigma JuveGIUSEPPE MAFFIA / NURPHOTO / NURPHOTO VIA AFP

I tre esperti allenatori devono ritrovare risposte in un calcio che cambia. L’età non è il problema: il rischio è restare prigionieri dei propri dogmi.

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L’età, da sola, non è una condizione necessaria o sufficiente per essere fuori tempo rispetto all’attualità. Vale nella vita e vale anche nel calcio. Basta guardare quello che sta facendo Gian Piero Gasperini alla Roma, oppure il calcio spettacolare proposto da Hansi Flick a Barcellona.

Il primo ha 68 anni, il secondo 61. E c’è sempre Luis Enrique, 56 anni, reduce da grandi successi con il Paris Saint-Germain e ancora tra i tecnici più apprezzati del panorama internazionale. E che dire del ct campione del mondo, Luis de la Fuente, che di primavere ne ha già viste 65, ma ha saputo riportare la Spagna in alto grazie a un'entusiasmante proposta di calcio offensivo? Nessuno di loro può essere considerato superato soltanto per una questione anagrafica.

De la Fuente indica il futuro
De la Fuente indica il futuroFlashscore

Eppure, osservando le difficoltà di Luciano Spalletti, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, il dubbio comincia a farsi strada. Non tanto sulla loro capacità di allenare, quanto sulla possibilità che alcune convinzioni, un tempo decisive per il successo, oggi rischino di trasformarsi in un limite.

Spalletti e Sarri hanno 67 anni, Allegri 59: tre tecnici di grande esperienza, tra i più rinomati e influenti del calcio italiano, ma alle prese con una realtà che sembra chiedere qualcosa di diverso.

La carica dei quarantenni

Basta allargare lo sguardo oltre i confini della Serie A per cogliere la direzione del cambiamento. In Premier League, Enzo Maresca ha 46 anni e Mikel Arteta 44; in Germania, Vincent Kompany, quarantenne, guida il Bayern Monaco in vetta alla classifica della Bundesliga.

E anche tornando in Italia, la dinamica è la stessa: tra le squadre che occupano le posizioni di vertice ci sono allenatori più giovani come Cristian Chivu, 45 anni, e Gennaro Gattuso, 48. E alle loro spalle - fatta eccezione per il buon Gasp - si muove una generazione che sta cercando di imporre idee, linguaggi e metodi differenti: da Rúben Amorim, 41 anni, a Cesc Fàbregas, 39, fino a Fabio Pisacane, 40.

Il punto, però, non è stabilire una graduatoria anagrafica. Gasperini, come dicevamo, dimostra da anni che si può proporre un calcio moderno anche superati i sessant’anni.

E lo stesso Massimiliano Alvini sta dimostrando che ci si può esprimere al meglio delle proprie possibilità dopo aver abbondantemente superato i 50 anni (56). Il discrimine, quindi, non è - e non potrebbe mai essere - la data di nascita, bensì la capacità di evolversi, aggiornare le proprie idee e adattarsi a un gioco che cambia continuamente.

Scrollarsi di dosso paure e dogmi

È proprio qui che sembra risiedere il problema di Spalletti, Allegri e Sarri. Quando un sistema di gioco, una filosofia o un insieme di dogmi hanno portato vittorie e riconoscimenti, metterli in discussione diventa più difficile. Il rischio è continuare a cercare le soluzioni di ieri in un calcio che, nel frattempo, ha cambiato velocità, intensità e riferimenti. 

Il successo passato, che spesso è stato una risorsa (e può continuare a esserlo senza esserne schiavi), diventa improvvisamente una trappola se impedisce di leggere il presente.

Per Atalanta, Napoli e Juventus, con situazioni e pressioni differenti, la necessità di reagire è ormai evidente. Per i bianconeri e per gli azzurri la situazione appare particolarmente delicata: non basta più affidarsi al prestigio dei rispettivi allenatori o alla loro esperienza. Servono risposte immediate, sul piano dei risultati e delle prestazioni. In caso contrario, i club potrebbero essere costretti a valutare un cambio di rotta, affidando la guida tecnica a un nuovo capitano.

La classifica di Serie A
La classifica di Serie AFlashscore

Sarri, almeno in teoria, può contare su un contesto meno incline alle decisioni impulsive. La storia dell’Atalanta e la maggiore tranquillità della piazza potrebbero concedergli più tempo, anche se le ambizioni della Dea, ormai stabilmente proiettata verso le zone alte della classifica e protagonista in Europa, impongono comunque standard elevati.

Alla fine, la questione riguarda tutti e tre. Spalletti, Allegri e Sarri - rigorosamente in ordine di classifica - non devono dimostrare di essere giovani, ma di saper ancora interpretare il calcio di oggi. La loro esperienza resta un patrimonio importante, a patto che non diventi un rifugio. Perché nel calcio non esistono idee valide per sempre e nessun curriculum garantisce un posto al comando.

E così, i grandi saggi della panchina italiana si trovano davanti a un bivio: rimettersi in discussione, aggiornare le proprie convinzioni e trovare nuove risposte, oppure rischiare di essere superati da una generazione che non ha paura di cambiare. Non è una questione di età. È una questione di futuro: rinnovarsi o morire.

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