La speranza è far bene ad Euro 2028 e soprattutto di centrare il pass per i Mondiali che alla Nazionale manca da ben tre edizioni.
E poco importa che l'edizione 2030 vedrà, con tutta probabilità, la presenza di 64 squadre e sarà veramente complicato riuscire a non ottenere il tanto agognato pass: l'imperativo dopo il caos e l'addio dopo 16 giorni di Maldini-Leonardo è quello di non sbagliare più.
Il nuovo ciclo non ha margine di errore: sfumato Guardiola dopo una corteggiamento serrato e un'offerta quasi irrinunciabile, sfumato Pirlo in modo clamoroso, la rivoluzione ripartirà da un altro tecnico. Si parla di un Mancini-bis con Conte sullo sfondo, ma prima di tutto l'Italia ha bisogno anche di capire cosa è andato storto in questi ultimi vent'anni di declino, in cui ha visto sfrecciare le altre competitor facendo evidenti passi indietro, con l'eccezione della gioia del 2021.

La Serie A perde peso specifico
È indubbio che il nostro campionato non è più quello di una volta: ormai un miraggio poter competere con le cifre e la disponibilità della Premier League, la vera elite europea, ma anche tenere testa alle altre leghe concorrenti, habitat sani e in cui i top club come Real Madrid, Barcellona, PSG e Bayern Monaco la fanno da padroni, riuscendo a non perdere la propria forza economica.
In Serie A i grandi calciatori circolano ancora grazie alle intuizioni dei dirigenti e sono consapevoli che vi sono tutte le condizioni per esplodere, ma poi è quasi sempre impossibile trattenerli sia per la volontà di confrontarsi con altri palcoscenici e soprattutto di fronte alle avances provenienti dall'estero, dove si è aggiunto anche il 'pericoloso' richiamo dei soldi asiatici.

Secondo i dati di BeSoccer Pro, il paragone tra le stagioni 1997/1998 e 2025/2026 è evidente: i giocatori italiani sono passati dal rappresentare il 71,6% di tutti i minuti giocati in Serie A fino al 30,7%.
Dopo il trionfo dell'Italia ai Mondiali del 2006, i giocatori italiani hanno rappresentato il 15,9% di tutti i minuti giocati nei cinque principali campionati europei nella stagione 2006-07. Oggi, questa quota è scesa al 7,4%.
Insomma, considerando anche il momento negativo di Juventus e Milan, non è un sacrilegio affermare che gli italiani non spostano più gli equilibri come prima nel calcio che conta veramente.
Il record negativo dei Mondiali 2026
Quanti giocatori della nostra Serie A militavano nella Spagna campione del mondo 2026? Zero. E anche questo va interpretato come un campanello d'allarme visto che erano presenti rappresentanti di tutti i top 5 campionati europei.
Insomma dal 2006 ad oggi siamo rimasti a guardare: un altro numero significativo in tal senso è quello dei campioni del mondo provenienti dalla Serie A, ben 41 dal 1998 ad oggi (in 8 edizioni dei Mondiali). Il fatto triste è che 23 sono solamente quelli del 2006. Per fare un paragone, da LaLiga ne sono arrivati 58.
Quello spagnolo ovviamente è un esempio virtuoso che non può essere riassunto in poche righe: con due classe 2007 in campo e nessun calciatore del Real Madrid tra i convocati per la prima volta nella storia della Roja, il ct De La Fuente ha saputo trovare le risposte che cercava non solo dai 'big' di Barça e Atletico, ma anche da calciatori provenienti da realtà minori ma ugualmente brillanti come Athletic (Simòn, Laporte e Williams) e Real Sociedad (Oyarzabal).

Lo stesso discorso potrebbe tranquillamente considerare anche la Champions League, dove al netto di alcuni sporadici exploit (nell'ultimo decennio solo l'Inter è riuscita ad arrivare due volte in finale, perdendo in entrambi i casi), i giocatori di nazionalità italiana sono stati raramente protagonisti.
E mentre spagnoli, inglesi, tedeschi e francesi dettano legge, per trovare l'ultimo azzurro decisivo in una finalissima bisogna andare indietro nel tempo fino al 2007, quando Filippo Inzaghi segnò in Milan-Liverpool 2-1.
Nemo propheta in patria
Oltre all'incapacità di allevare i talenti e permettere loro di essere protagonisti nei nostri top club, c'è da segnalare che sempre più spesso i migliori prospetti del nostro calcio sono costretti ad emigrare.
È successo a Gianluigi Donnarumma, ceduto al Manchester City subito dopo essere diventato MVP di Euro 2021, così come a Marco Verratti e Jorginho e in tempi più recenti anche a Sandro Tonali e Riccardo Calafiori.

Nelle ultime due stagioni due giovani di belle speranze come Giovanni Leoni e Marco Palestra hanno deciso di approdare in Premier League invece che rimanere in Italia, dove ovviamente le offerte non mancavano.
È decisamente curioso che Matteo Ruggeri, l'italiano giunto più lontano di tutti nella scorsa edizione di Champions League (in semifinale con l'Atletico Madrid), non è mai stato convocato in Nazionale maggiore.
E tutto questo accade dopo che vengono raggiunti splendidi risultati a livello giovanile: invece che aspettare i più promettenti, capire come inserirli e sperare di costruire attorno a loro il futuro, spesso anche i migliori vengono accantonati, se non direttamente venduti per fare cassa. Non è per forza necessario farei dei nomi, ma in questo caso la traiettoria di Cesare Casadei è molto azzeccata.

L'eccezione del 2021
Al netto di tutto ciò, sembra ancor di più surreale il trionfo del 2021: oltre all'apporto dei singoli (oltre a Donnarumma, molti azzurri hanno sicuramente overperformato) e allo spirito del gruppo guidato dal ct Mancini, il rinascimento azzurro si è poi rivelato solo un fenomeno passeggero, seguito dalla mancata qualificazione ai Mondiali del Qatar e alla pessima figura di Euro 2026. Forse è proprio guardando al passato, a quell'incredibile 2021, che l'ex ct è di nuovo in pole.

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