Flashback | L'esultanza iconica di Pruzzo: è stato lui il primo a esultare sfilandosi la maglia?

Roberto Pruzzo esulta dopo un gol segnato con la maglia della Roma
Roberto Pruzzo esulta dopo un gol segnato con la maglia della RomaČTK / imago sportfotodienst / www.imagephotoagency.it

Nel 1986, in piena corsa scudetto, l’attaccante giallorosso segnò e corse sotto la Sud togliendosi la maglietta: un gesto simbolico, diventato negli anni iconico prima di essere vietato dalla FIFA nel 2004

Domenica all’Olimpico va in scena un’altra puntata di Roma-Juventus, una delle rivalità più importanti della storia della Serie A. Stavolta in palio c’è "solo" la rincorsa alla prossima edizione della Champions League: i giallorossi sono quarti a 50 punti, i bianconeri inseguono a 46.

Ma nella nostra rubrica Flashback, oggi, vogliamo tornare a una sfida che valeva molto di più, uno scudetto, e che ha regalato al calcio italiano una delle immagini più iconiche di sempre.

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L'esultanza

È il 16 marzo 1986. La Roma di Roberto Pruzzo sfida la Juventus di Platini in uno stadio vestito a festa. Finisce 3-0: apre Ciccio Graziani, chiude Toninho Cerezo. In mezzo, però, c’è il colpo di testa di Pruzzo: il raddoppio che accende l’Olimpico.

Dopo il gol, infatti l’attaccante corre verso la Curva Sud come faceva sempre. Ma quella volta aggiunge qualcosa che in Serie A non si era mai visto: si sfila la maglia. Giampiero Galeazzi, giornalista della Rai, lo definisce “striptease”, ma il senso è più profondo: Pruzzo riconosce l'importanza dei tifosi e vuole consegnargli il simbolo più importante della loro squadra, la maglia.

Anni dopo lo avrebbe spiegato così al Corriere dello Sport: "Sono stato il primo giocatore a togliersi la maglia per esultare dopo un gol. Non so se in tutto il mondo, mi chiedete troppo, ma sicuramente in Italia sono stato il primo. Mi tolsi la maglia come gesto simbolico: la volevo consegnare a tutti i tifosi. Perché la maglia è di tutti, chi la indossa è solo l’interprete della passione e dell’amore di un’intera tifoseria".

Il precedente

A livello internazionale un precedente c’era già stato appena un anno prima: era il 10 marzo 1985, durante la gara Uruguay-Ecuador (qualificazioni al Mondiale del Messico), quando Venancio “El Chicharra” Ramos segnò al novantesimo la rete del definitivo 2-1 e subito dopo si tolse la maglia lanciandola verso i tifosi.

"L'ho lanciata sugli spalti e me l'hanno ridata: oggi non so se succederebbe la stessa cosa...", ha ammesso sorridendo qualche tempo più tardi.

La regola

Tornando a Pruzzo, curiosamente l'attaccante della Roma fu ammonito, ma non per l’esultanza: all’epoca non erano previste sanzioni per chi si sfilava la maglia dopo un gol. L’arbitro lo punì per aver festeggiato fuori dal terreno di gioco.

Quel gesto, nato come atto spontaneo e romantico, negli anni divenne una moda globale continuando a essere tollerata dal regolamento. Fino al 2004, quando la FIFA introdusse l’ammonizione automatica per chi si sfila la maglia dopo un gol. La colpa della misura venne attribuita a Diego Forlán che, due anni prima, dopo aver segnato un gol con il Manchester United non riuscì a rimettersi una di quelle antipatiche doppie casacche. E così, una volta ripreso il gioco, fu costretto a giocare per un po' con la maglia in mano.

Da lì la stretta definitiva, tra esigenze regolamentari e pressioni commerciali legate agli sponsor: oggi togliersi la maglia costa un giallo sicuro.

Tuttavia, quell’immagine del 1986, in una Roma-Juve che profumava di tricolore, resta immortale. Un gesto istintivo, prima che il calcio diventasse iper-regolamentato, prima che un calciatore dovesse chiedere il permesso anche per esultare.

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