Il primo uruguaiano nella storia del Chelsea è stato Gustavo Poyet. È lui stesso a ricordarlo all'inizio dell'intervista in esclusiva con Diretta. Non a caso l'ex Blues, Tottenham e Real Saragozza vive ancora a Londra, dove è diventato un calciatore di livello mondiale e si è consacrato con uno storico titolo di Supercoppa ottenuto contro il Real Madrid. E con uno dei suoi gol più importanti.
Quel Chelsea-Real Madrid lo ricordi come uno dei giorni più importanti della tua carriera?
A livello individuale, senza dubbio. Battere i campioni d'Europa e con un gol mio è stato qualcosa di indimenticabile. Non era ancora il Chelsea di oggi e quel trionfo fu il culmine di una grande preparazione. E sai con chi? Con Antonio Pintus, che oggi è al Real Madrid. Mi ero preparato con lui durante l'estate inglese, ma in Uruguay era inverno! Mi ha fatto soffrire come un matto...
In panchina in quell'occasione c'era Gianluca Vialli...
Una persona straordinaria. Ricordo che quando arrivai al Chelsea l'allenatore era Gullit e io mi cambiavo vicino a lui nello spogliatoio. Inoltre non parlavo ancora inglese, quindi sviluppai naturalmente un'intesa con lui, Gianfranco Zola e Roberto Di Matteo. E poi c'era Dan Petrescu, romeno ma praticamente italiano. E quindi con loro parlavo un misto tra italiano e spagnolo, e facemmo gruppo. Le nostre mogli anche diventarono amiche tra loro.
Poi, all'improvviso Gianluca diventa allenatore.
Fu particolare, e difficile. Ma soprattutto per lui. Perché quando ci allenavamo parlavamo di tutto, anche del mister (ride). E lui sicuramente si ricordava di tutto ciò. Poi io all'inizio pensavo di essere titolare, ma mi infortunai e dovetti ripartire da zero. Usai quei mesi lì per imparare l'inglese, e mi servì molto perché Gianluca impartiva le sue lezioni tattiche in inglese.
Come hai vissuto la sua morte?
Noi umani non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati ad avere la salute, ad avere la vita, a godercela, finché non ci accadono cose così brutte. A volte, personalmente, do a una partita di calcio un'importanza quasi soprannaturale. Sembra che il mondo stia finendo, ma è solo una partita di calcio, non c'è niente che non va. La morte di Luca è stata un duro colpo, lo ricordo sempre con affetto, perché, beh, ci sono state tante cose che abbiamo vissuto insieme. Soprattutto è stato il vincere che ci ha avvicinati. Vincere fa la differenza. Sempre.
Al Chelsea eri arrivato due anni dopo la finale di Coppa delle Coppe vinta col Real Saragozza contro l'Arsenal. Ti avranno preso anche per quel "favore"?
(Ride), in realtà l'aneddoto più divertente è un altro. Nell'estate del 1997 andai in scadenza col Saragozza e poco prima mi avevano venduto un'automobile usata come modello dimostrativo che costava la metà del solito. Le portavano in Spagna dalla Germania. Era tutto legale, e l'intermediario che me la portò mi disse che aveva un amico con buone conoscenze. Un giorno questa persona mi bussò alla porta e mi disse che il Chelsea mi voleva. E arrivai a Londra.
Due anni prima a Parigi il tuo Saragozza aveva sconfitto l'Arsenal in una mitica finale di Coppa delle Coppe, decisa dal gol quasi da centrocampo di Nayim.
Mancavano davvero pochi secondi alla fine dei supplementari, e ricordo che sentivamo tutti la pressione di dover andare ai rigori. Io per primo, perché anche se non ero rigorista, ero uno dei più esperti e sentivo che mi sarebbe toccato.
Poi, arrivò quel gol impossibile.
Una cosa incredibile. Ancora oggi faccio fatica a spiegare quanto accadde quella notte. E pensare che Nayim di solito giocava sul centro sinistra, ma era stato effettuato un cambio poco prima in caso andassimo ai rigori e quindi si era spostato a destra. Ci sono stati gol importanti in finale, penso a quello di Zidane col Leverkusen, ma li mancavano cinque, dieci secondi. Fu unico.
Quel 1995 poi il tuo Uruguay vinse anche la Coppa America.
Per questo dico sempre che è stato l'anno più importante della mia carriera. Con la squadra del Saragozza di quell'anno abbiamo anche un gruppo Whatsapp in cui ci sentiamo sempre. Abbiamo creato un gruppo unico.
In quell'edizione della Coppa America vinta in casa il miglior giocatore fu Enzo Francescoli.
Fino a quel momento credevo che nessun altro mio compagno di squadra sarebbe stato forte come lui.
E poi?
E poi al Chelsea ho conosciuto Gianfranco Zola. Un mago. L'unica differenza, e lo dico onestamente, perché non sono uno che cerca di adulare nessuno, è che mi sono allenato con Gianfranco per quattro anni, mentre con Enzo non ho condiviso tanto, solo cinque partite in quella Coppa America. Zola mi ha reso un giocatore migliore.
Quel Chelsea così italiano fu una rivoluzione all'epoca. E c'era anche quel Roberto Di Matteo che avrebbe vinto la prima Champions League da allenatore dei Blues nel maggio del 2012.
Guarda, nella mia vita ho festeggiato titoli vinti dalla squadra per cui tifavo da bambino, ed è stato ancora più forte vincendo col Saragozza. Ma non ho mai esultato tanto quando quel Chelsea lì ha vinto la Champions con Roberto in panchina. Ancora oggi, quando ci sentiamo, ci chiamiamo sempre dicendo "grande allenatore", in italiano.
Sulla panchina del Chelsea poi ci sono stati altri italiani come Carlo Ancelotti e Antonio Conte. E per ultimo Enzo Maresca.
I primi due li conosciamo tutti, e hanno lavorato nell'epoca Abramovic. Che significava che se non vincevi andavi via. E infatti così è stato per entrambi. Adesso, però, le cose sono diverse. E con Maresca onestamente è sembrato strano e difficile da capire quanto accaduto.
Tu che conosci il mondo Chelsea, cosa pensi sia successo?
Uno che vince la Conference League e poi il Mondiale per club e viene mandato via... onestamente non saprei proprio spiegarmelo. Credo che la persona al vertice del club, chiunque essa sia, che sia il proprietario o l'amministratore delegato dovrebbe dire chiaramente qual è l'obiettivo della squadra, così che tutti possano capirlo, sia l'allenatore sia i tifosi.
Maresca ha pagato la sua sincerità?
Generalmente chi si prende la colpa è l'allenatore. E dopo aver comprato anche molti giocatori giovani si è però tornati sull'idea della vittoria nell'immediato. Ma non è qualcosa di conseguenziale, soprattutto se compri calciatori giovani. Alcuni allenatori restano in silenzio e tengono tutto per sé, ma Enzo è stato sincero e ha fatto capire di essere stufo. E alla fine, parli o non parli, ti licenziano lo stesso!
Al Manchester United la situazione sembra essere ancora peggiore.
Il problema dello United è che vive ancora nel passato, il Chelsea no. Il Chelsea non lo fa perché ha vinto le coppe europee e il Mondiale per Club. Dall'addio di Ferguson i Red Devils non sono più gli stessi. Se fossi un giovane calciatore e avessi un'altra possibilità, non la penserei come negli anni '90.
Per concludere, la Premier è davvero il centro del mondo calcistico?
Ti dico solo che quando allenavo il Sunderland e battemmo il City di Pellegrini per 1-0 in casa, oltre 12 anni fa, ricevetti messaggi di complimenti dalle Hawaii, dalla Cina, dall'Australia. Quando vinci una partita in un altro Paese, nessuno ti scrive, o lo fanno solo le persone di quel paese. La Premier League invece è globale. Quindi, le ripercussioni, nel bene e nel male, sono globali.
