Nazionale, il retroscena di Petrone: "Il progetto Baggio fu ignorato", ecco cosa diceva

Roberto Baggio
Roberto BaggioROBERTO SCHMIDT / AFP

Dai centri federali alla rivoluzione dei vivai, fino ai nodi politici mai sciolti: il racconto di chi lavorò al piano per rilanciare il sistema e spiega perché tutto si è fermato.

Un’idea ambiziosa, nata per cambiare il calcio italiano dalle fondamenta, rimasta però chiusa in un cassetto. A distanza di anni, Vittorio Petrone torna a raccontare, ai colleghi di Cronache di Spogliatoio, cosa accadde davvero al cosiddetto “Dossier Baggio”, il piano elaborato nel 2011 insieme a Roberto Baggio per riformare il sistema dopo il flop mondiale della Nazionale nel 2010. Un progetto che, almeno inizialmente, aveva ricevuto aperture istituzionali, salvo poi arenarsi tra resistenze e mancanza di convergenza.

"Roberto desiderava più di ogni altro dare il suo contributo ad un cambiamento che dopo il fallimento del 2010 sembrava necessario. Abete in quel periodo chiese aiuto a lui, Rivera e Sacchi, e di conseguenza Roberto chiese che certe figure professionali potessero dare un contato di grande rinnovamento. Furono stesi dieci punti e si decise di intervenire alla radice del problema. Il progetto venne presentato a Coverciano in fase embrionale ad Abete e ad Antonello Valentini, che ci diedero l'ok per andare avanti".

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Le resistenze interne

L’entusiasmo iniziale, però, si scontrò presto con una realtà più complessa. Secondo Petrone, il vero ostacolo fu la mancanza di allineamento tra le varie componenti del sistema: "Cosa andò storto? Io porrei una domanda: perché la Lega Nazionale Dilettanti e l'Associazione Italiana degli Allenatori non avevano interesse a sviluppare questo progetto? Questa domanda sarebbe da fare a loro. Io posso semplicemente pensare che la difesa degli interessi di categoria non riesce ad essere convergente verso gli interessi di sistema…".

Il nodo dei vivai

Alla base del piano c’era un’idea chiara: ripartire dai giovani. Non solo scouting, ma una struttura capillare sul territorio con centri federali, formazione tecnica uniforme e un approccio educativo che mettesse al centro il talento e la crescita, non il risultato immediato. "Per noi la diffusione su tutto il territorio nazionale di attività di base orientate all'individuazione e lo sviluppo di giovani talenti era la premessa iniziale. Abbiamo una grandissima dispersione nel territorio di talenti: sappiamo dove sono? Sappiamo se sono bravi? Noi volevamo dar vita a cento 'Centri di Formazione Federali' all'interno dei quali poteva esistere l'istruzione di un modello metodologico uniforme e omogeneo, attraverso innanzitutto la formazione di maestri di calcio che potessero usare tecnologie all'avanguardia e lavorare sulle varie fasce di età di bambini e ragazzi. Avevamo bisogno di maestri di calcio, non di allenatori che spingessero sui risultati. Su questo Baggio era chiaro: voleva che la tecnica tornasse protagonista, che la palla - e non il tatticismo - fosse protagonista negli allenamenti. Per questo volevamo anche togliere il risultato fino ad alcune età".

Metodo e controllo

Un sistema strutturato, che prevedeva anche monitoraggio continuo e criteri più meritocratici nella selezione dei giovani: "Il settore tecnico doveva diventare il fulcro da dove usciva la metodologia di un lavoro costantemente monitorato. Volevamo installare telecamere per monitorare le attività di allenamento e i comportamenti dei giocatori. Inoltre il lunedì, il giorno dopo la partita, volevamo introdurre una sessione di allenamento uguale per tutta Italia. Questo avrebbe consentito, attraverso dei filtri, di proteggere i talenti e avere delle Under non figlie delle lobby dei procuratori, ma figlie del talento, del territorio, del lavoro. Inoltre per noi era fondamentale legare la formazione calcistica a quella scolastica, in modo da avere ragazzi con un certo comportamento e una certa etica".

Il tema dei costi

Nemmeno i costi, sottolinea Petrone, rappresentavano un ostacolo insormontabile: "Avevamo stimato una spesa di 10 milioni in tre anni e avevamo chiesto che fossero coperti in parte anche con un contributi da 40/50mila euro da parte di tutte le squadre professionistiche. Proprio a dimostrare che quei soldi fossero un gettone alla fiducia in questo progetto. Altre federazioni, quella svizzera, quella francese, quella spagnola, danno un contributo importantissimo per questi lavori. Noi chiedevamo 3 milioni all'anno, ma non riuscimmo ad avere lo stanziamento. Roberto quando vide che non si riusciva a realizzare il progetto diede le proprie dimissioni a cui seguirono le mie".

Una riforma possibile

Eppure, secondo Petrone, quel piano non è affatto superato. Anzi, oggi potrebbe essere ancora più efficace: "Assolutamente sì. L'update tecnologico consentirebbe addirittura un innalzamento delle performance di analisi. Però bisogna guardare la realtà per quello che è: quando esistono a oltranza difese di casta - e vi invito a vedere la composizione del Consiglio Federale - come si può convergere in un progetto che obbliga tutte le componenti a lasciare qualcosa dei propri interessi? Se questa volontà c'è allora si possono programmare i prossimi 10 anni e tornare protagonisti. E questo lavoro non lo si fa cambiando un presidente, bisogna pensare di fare una rivoluzione profonda, perché spesso questi progetti vengono anestetizzati dagli statuti".