Giovedì a Bergamo l'Italia giocherà la sua prima partita di playoff, la semifinale, contro l'Irlanda del Nord. È la quarta volta che gli azzurri sono costretti a uno spareggio per qualificarsi a un Mondiale: andò bene la prima nel doppio confronto contro la Russia per Francia '98, è andata malissimo invece nelle ultime due contro la Svezia nel 2017 e contro la Macedonia del Nord nel 2022.
Se la storia dei precedenti tra le due squadre stavolta è motivo di ottimismo, visto che gli azzurri negli undici incontri hanno trionfato 7 volte con tre pareggi e una sola sconfitta, è proprio quella sconfitta del 15 gennaio 1958 che evoca brutti fantasmi, visto che precluse l'accesso al mondiale di Svezia '58, vinto poi dal Brasile di Pelé.

Nebbia
L'Italia nel 1957 veniva da due deludenti Mondiali del 1950 e del 1954, in cui era uscita al primo turno, ed erano ormai lontani i tempi della gloria del 1934 e 1938, così come la generazione di fenomeni del Torino, schiantatasi nel tragico incidente di Superga otto anni prima. In panchina a guidare gli azzurri c'era Alfredo Foni, ex terzino della Juventus ed ex tecnico dell'Inter, un difensivista che aveva cercato di bilanciare il catenaccio italico con la creatività sudamericana degli oriundi chiamati in Nazionale, come il 32enne Juan Alberto Schiaffino.
Per la qualificazione al Mondiale di Svezia, l'Italia per la prima volta era costretta però ad affrontare un girone di qualificazione composto da tre squadre: le avversarie degli azzurri erano Portogallo e Irlanda del Nord.
Nella partita d'esordio del 25 aprile 1957 arrivò un successo di "corto muso" e molto stentato a Roma contro la formazione dell'Ulster, ma un mese dopo la sonora sconfitta per 3-0 contro i lusitani a Lisbona rimise tutto in gioco, tanto che si arrivò alla sfida di Windor Park con Irlanda del Nord e Portogallo in testa alla classifica con tre punti in tre partite e l'Italia con 2 in due partite. Sarebbe bastato un pareggio a Belfast per giocarsi poi tutto in casa contro il Portogallo, ma una sconfitta sarebbe risultata fatale.
La partita d'andata di Roma, nonostante la vittoria, non invitava a prendere sottogamba l'incontro, visto che gli irlandesi avevano colpito tre pali nel finale meritando il pareggio, né le condizioni atmosferiche quel giorno sembravano ottimali, vista la fitta nebbia che avvolgeva la città. La scarsa visibilità aveva bloccato anche tutti i voli, tra cui quello dell'ungherese Zsolt, l'arbitro che avrebbe dovuto dirigere il match. Una situazione che costrinse le due federazioni a una scelta: chiamare un arbitro inglese o posticipare il match al giorno dopo, dal mercoledì al giovedì.
La partita "finta"
La prima ipotesi venne esclusa dagli italiani per paura di arbitraggi casalinghi, la seconda non piaceva invece ai nord-irlandesi perché i giocatori militavano per lo più nel campionato scozzese e inglese dove si giocava di sabato. Decisero così di incontrarsi a metà strada: giocare lo stesso con un arbitro casalingo, ma un'amichevole: il match vero si sarebbe recuperato più avanti.
L'amichevole si giocò in un clima surreale, non solo sugli spalti ma anche in campo, visto che "il gioco all'inglese" prevaleva anche nelle decisioni arbitrali del signor Michell, per una differenza culturale che lo portava a non punire neanche le cariche al portiere.
Gli azzurri un po' subirono e un po' si adeguarono, tipo Chiappella, espulso per un fallaccio nel finale. Finale in cui però l'Italia, seppur in dieci, riuscì a trovare il 2-2 con Montuori, scatenando l'ira del pubblico nord-irlandese che invase il campo a fine partita, già parecchio nervoso per aver dovuto assistere a un'amichevole anziché al match ufficiale. Scattò così la "caccia all'italiano", con i giocatori avversari costretti ad aiutare gli azzurri a rifugiarsi negli spogliatoi.
Per quanto in un'amichevole, anche se per modo di dire, il risultato per 2-2 ottenuto in inferiorità numerica faceva ben sperare gli azzurri quando quaranta giorni dopo, il 15 gennaio 1958, a Windor Park si sarebbe giocato il match ufficiale, e stavolta con tanto di arbitro Zsolt. Anche perché, nel frattempo, l'Italia a Milano il 22 dicembre aveva steso per 3-0 il Portogallo, rendendo definitivamente il pareggio risultato utile per l'accesso ai Mondiali.
La partita "vera"
Stavolta sugli spalti dello stadio di Belfast il clima era più rilassato, non erano stati presi provvedimenti per gli incidenti dell'amichevole, e quel giorno si sarebbe potuto assistere veramente a una partita che avrebbe decretato l'accesso ai Mondiali. A distendere oltremodo gli animi del pubblico di casa arrivarono anche e soprattutto i gol nella prima mezz'ora di McIlroy e Cush. Due sentenze che invece pesavano come un macigno sugli umori degli azzurri, costretti a una disperata rimonta.
Per fortuna dell'Italia, per i padroni di casa in porta non c'era l'ottimo Harry Gregg del Manchester United ma il più scarso trentenne Norman Uprichard del Portsmouth, che in modo goffo permise al 56' il gol all'esordio da oriundo a Dino Da Costa, brasiliano della Roma. E probabilmente con tanto di carica al portiere, ma a queste latitudini erano dettagli.
La rete riaccese per gli azzurri la fiammella della speranza, e la squadra di Foni incominciò di nuovo a crederci, ma l'espulsione al 68' di un altro oriundo, l'uruguaiano Ghiggia - anche lui della Roma - per un calcio a un'avversario a palla lontana, fece svanire ogni speranza. Stavolta, in inferiorità numerica, nel capoluogo dellUlster all'Italia non riuscì l'impresa, e a qualificarsi fu l'Irlanda del Nord.
Il match finì di diritto nelle pagine più nere dell'Italia calcistica e nelle cronache divenne noto come "La disfatta di Belfast". Fu la prima vittoria dell'Irlanda del Nord contro gli azzurri. Speriamo che dopo giovedì rimanga anche l'unica.
