La debacle europea: i tre motivi che tagliano fuori il calcio italiano, aspettando la Nazionale

La disperazione di Yildiz
La disperazione di YildizISABELLA BONOTTO / AFP

Dai risultati deludenti nelle coppe al ritardo sugli stadi e sulla programmazione: la Serie A ha perso terreno rispetto alle altre grandi leghe e, parallelamente, la Nazionale paga la mancanza di ricambio e progettualità.

Vietato confondere la sconfitta dell’Atalanta come un ulteriore segnale della gravissima crisi che sta attraversando il calcio italiano. Sotto questo punto di vista, infatti, la Dea è uno dei pochi esempi virtuosi che in questo momento si possono citare all’interno del movimento nostrano.

Ed è per questo che, prima di affrontare il tema della crisi del calcio italiano, sia a livello di club sia di nazionale, è giusto fare una precisazione: per quanto doloroso, il 6-1 subito contro il Bayern Monaco nell’andata degli ottavi di Champions League rappresenta soprattutto un incidente di percorso all’interno di una traiettoria brillante del club nerazzurro, protagonista negli ultimi anni sia in Italia sia in Europa.

Il solo fatto che il club di Percassi fosse l’unico rappresentante della Serie A agli ottavi di Champions è già indicativo del lavoro svolto, soprattutto se confrontato con quello di altre società italiane ben più blasonate che  non sono riuscite nemmeno a superare la prima fase o che, se lo hanno fatto, sono state eliminate ai playoff da squadre che oramai è difficile continuare a definire "sulla carta inferiori".

16 anni dall'ultima Champions

La realtà, infatti, racconta il contrario: oggi il calcio italiano non può permettersi di guardare dall’alto verso il basso praticamente nessuno ai massimi livelli europei. Ed è proprio da qui che nasce una riflessione inevitabile sul momento del nostro movimento.

Senza cadere in facili paternalismi, ma senza neppure farsi condizionare dall'amore per i colori, i risultati parlano chiaro: il Napoli campione d’Italia non ha superato la prima fase, l’Inter vicecampione d’Europa è stata eliminata dal Bodo mentre la Juventus usciva contro il Galatasaray di quei Victor Osimhen e Noa Lang che il Napoli non ha saputo o voluto trattenere.

È fondamentale, però, essere consapevoli del fatto che tutti questi sono segnali evidenti di una difficoltà che non nasce oggi, ma che arriva da lontano. L’ultima squadra italiana ad aver vinto la Champions League resta ancora l’Inter del Triplete del 2010. In questi anni, oltre ai nerazzurri guidati da Simone Inzaghi, la Juventus è stata l’unica a tenere alto il nome della Serie A nella massima competizione continentale con le finali raggiunte, ormai un decennio fa, sotto la gestione di Allegri.

Ma sono pur sempre finali perse che confermano che anche quando il calcio italiano è riuscito ad arrivare vicino al traguardo, si è sempre scontrato con una squadra più forte, fino alla recente finale di Champions persa in malo modo dall’Inter contro il Paris Saint-Germain.

Immobilismo italiano

E così, mentre in Italia si è rimasti fermi, il calcio europeo è andato avanti. Il problema non è solo tecnico-tattico, ma anche, e soprattutto, strutturale. Basti pensare agli stadi: costruire un impianto di proprietà nel nostro Paese richiede anni soltanto per decidere se farlo, dove e come realizzarlo e chi sarà a pagarlo.

Altrove, invece, questi progetti sono diventati la base della crescita economica dei club. Così, la Serie A continua a dipendere quasi esclusivamente dai diritti televisivi, mentre negli altri campionati i ricavi si sono diversificati, con gli stadi e le attività commerciali che rappresentano ormai una parte fondamentale del bilancio.

Senza stadi di proprietà non esiste futuro possibile
Senza stadi di proprietà non esiste futuro possibileREUTERS/Michaela Stache

Basti fare un parallelo tra club come lo stesso Bayern che abbiamo visto travolgere la Dea e che riescono a mantenere stabilmente un livello competitivo elevato e le società storiche della Serie A come Inter, Milan e Juventus che, invece, vivono cicli di alti e bassi spesso difficili da spiegare. Senza dimenticare che, nel frattempo, la Premier League, con la sua esagerata forza economica, sta ridelineando gli equilibri di un sistema profondamente diverso rispetto al passato e votato ad accentuare le differenze anziché ad attenuarle.

Assenza di programmazione

In questo contesto, la Serie A sembra essersi trasformata in una via di mezzo tra un campionato portato per chiare esigenze di sostenibilità a scoprire talenti prima degli altri e un rifugio per grandi campioni a fine carriera. È stato così con Cristiano Ronaldo e oggi lo è con Luka Modric.

Nulla da dire sul valore assoluto di campionissimi come il lusitano e il croato, ma se una squadra come il Milan decide di ripartire da un quarantenne e, contemporaneamente, spende 50 milioni per un panchinaro fisso come Gimenez mandando Camarda a Lecce, significa che il problema esiste ed è anche piuttosto evidente: manca una visione chiara e soprattutto la capacità di rinnovarsi davvero, di immagianrsi sul lungo periodo.

Generazioni di tifosi senza Mondiale

In un sistema così fragile finisce inevitabilmente per soffrire anche la Nazionale controllata da una federazione che troppo spesso è stata più un freno che un trampolino di lancio.

Non è assolutamente un caso che l'Italia abbia saltato le ultime due edizioni del Mondiale e ora rischi di fallire anche la terza qualificazione consecutiva: lo sapremo presto, a fine mese, quando gli azzurri di Gennaro Gattuso proveranno a invertire una tendenza che ha visto due generazioni di tifosi adolescenti private della possibilità di godersi una Coppa del mondo.

La semifinale dei playoff mondiali
La semifinale dei playoff mondialiFlahscore

Vivai non valorizzati

Guardando però alle rose dei club italiani, anche e soprattutto delle squadre di vertice, il problema esplode in tutta la sua evidenza. Il caso Gimenez-Camarda, infatti, non è un’eccezione bensì la regola. Ed è proprio questa situazione che rende il lavoro del commissario tecnico molto più complicato quando si tratta di costruire una squadra competitiva.

Ed è per questa ragione che rispetto al passato, quando chi andava a giocare all’estero finiva spesso ai margini del giro azzurro, oggi la prospettiva dovrebbe cambiare ancor più di quanto non lo abbia già fatto. 

L’Italia deve così continuare a puntare forte su giocatori come Tonali e Donnarumma e parallelamente, a dare maggiore spazio a chi ha scelto di crescere fuori dai confini nazionali, come, solo per fare un esempio, Matteo Ruggeri, protagonista di un'ottima campagna con l’Atletico Madrid.

La traiettoria dell'ex atalantino rappresenta l'ennesima conferma di come siano sempre di più gli italiani di un certo livello che decidono di andare a crescere all'estero. Anche perché, almeno in questo momento, giocare in Serie A non è più automaticamente una garanzia di qualità.

SEGUI TUTTE LE NOTIZIE DI GIORNATA LIVE