Un nome che richiama subito alla mente scatti brucianti sulla fascia, dribbling ipnotici, quella caratteristica fascia che trattiene le treccine e un'imprevedibilità tutta personale, capace di far innamorare e disperare i tifosi allo stesso tempo, come ben sanno, ad esempio, i sostenitori dell'Arsenal.
Da Abidjan all'amore viscerale di Roma, passando per la Francia e la Premier League del Nord di Londra, la carriera dell'attaccante ivoriano è stata una montagna russa di emozioni, accelerazioni palla al piede e gol indimenticabili.
Oggi, guardando indietro, Gervinho sfoglia con Diretta l'album dei ricordi, con la serenità di chi sa di aver lasciato un segno indelebile nel calcio degli anni 2010. Lo fa partendo dal punto più alto, quello che ogni calciatore sogna fin da bambino, quando inizia a calciare un pallone a piedi nudi per le strade del proprio paese: la gloria con la maglia della propria nazionale.
La Generazione d'Oro e il trionfo africano
Per anni, la Costa d'Avorio è stata considerata la grande incompiuta del calcio africano. Una Generazione d'Oro traboccante di talento, da Drogba ai fratelli Yaya e Kolo Touré, che però inciampava regolarmente sull'ultimo ostacolo: quarti di finale nel 2010, finale persa ai rigori contro lo Zambia nel 2012, quarti di finale nel 2013. Nel mezzo, una sanguinosa guerra civile, in cui il calcio ha avuto un ruolo fondamentale di unione per il Paese.
Fino alla magica notte di Bata, nel 2015, in Guinea Equatoriale. Una finale da batticuore contro il Ghana, decisa da una lunghissima serie di rigori terminata 9-8, con il penalty decisivo incredibilmente trasformato dal portiere ivoriano Boubacar “Copa” Barry.

Gervinho, vero protagonista di quel torneo con due gol, tra cui uno in semifinale contro il Congo (RDC), ricorda ancora oggi quel momento con profonda emozione:
"Vincere la Coppa d'Africa nel 2015 è stato un momento cruciale della mia carriera, sicuramente il più grande di tutti. Vincere un titolo così importante con il proprio Paese è qualcosa di inestimabile. Non puoi nemmeno immaginare la gioia e l'orgoglio immenso che abbiamo provato in quei giorni. È un momento indelebile nella mia memoria. Ed è stato anche un traguardo fondamentale, una vera liberazione, perché inseguivamo quel trofeo da anni", ricorda.
"Avevamo una nazionale incredibile, la rosa migliore d'Africa sulla carta, ma finivamo sempre per fallire sull'ostacolo decisivo in Coppa. Riuscirci è stato il coronamento di un sogno".
L'uomo guida: il legame con Rudi Garcia
Nel calcio moderno, fatto di continui cambi di maglia e giri di allenatori, è raro trovare un rapporto tecnico e umano duraturo come quello tra Gervinho e Rudi Garcia. Il tecnico francese è stato molto più di un semplice allenatore per l'ivoriano: un punto di riferimento, che lo ha portato con sé in molte avventure in giro per l'Europa, creando un legame indissolubile basato sulla fiducia reciproca.

Lo ha forgiato al Le Mans, lo ha consacrato al Lille e lo ha voluto al suo fianco nella bolgia dello Stadio Olimpico di Roma, affidandogli le chiavi della creatività offensiva, insieme a compagni del calibro di Dzeko, Salah e Totti.
"Rudi mi ha allenato in tre club diversi: Le Mans, Lille e Roma. È ovvio che questo percorso condiviso abbia creato tra noi un legame molto forte, quasi speciale. Ha sempre saputo come gestirmi; è stato l'allenatore che, più di ogni altro, è riuscito a tirare fuori il meglio di me", racconta Gervinho.
"A pensarci bene, il mio miglior calcio l'ho giocato sotto la sua guida. Non è solo una questione tattica; è un rapporto di fiducia. Ancora oggi siamo molto legati".
Il miracolo Lille e il tridente delle meraviglie
Il Lille della stagione 2010-2011 è considerato una delle squadre più belle e spettacolari della storia recente della Ligue 1. Quel gruppo, capace di realizzare una clamorosa doppietta campionato-Coppa di Francia, danzava in campo a ritmi vertiginosi.

Gran parte del merito andava al tridente offensivo, dove le accelerazioni di Gervinho e il fiuto del gol di Moussa Sow erano accese dal talento puro di un giovane belga destinato a incantare i palcoscenici più prestigiosi del calcio europeo: Eden Hazard.
"Mi sono divertito tantissimo a giocare con Eden. E sono convinto che anche lui si sia divertito molto a giocare al mio fianco, anche perché in quel periodo stavo esprimendo un calcio di altissimo livello," ricorda Gervinho.
"Con Moussa Sow abbiamo formato un tridente di altissima qualità; ci trovavamo a memoria, giocavamo a occhi chiusi. In quell'anno abbiamo fatto tanti danni in Francia con la doppietta Coppa e campionato. Eravamo inarrestabili", ricorda con affetto.
All'ombra del Colosseo: Totti e la Roma
Dopo la Francia e una parentesi biennale in Inghilterra, arriva in Serie A. Come pochi altri posti al mondo, Roma è una città che vive di passioni estreme, che o ti divora o ti porta sull'altare.
Ci è voluto pochissimo perché Gervinho diventasse un idolo della Curva Sud. Le sue sgroppate palla al piede, da esterno sinistro nel 4-3-3 che Garcia sembrava aver cucito su misura per lui, mandavano in frantumi le difese italiane, strette e tattiche, portando una ventata di anarchia creativa.
Ma giocare nella Roma di quegli anni significava, soprattutto, condividere lo spogliatoio con l'uomo che, più di chiunque altro, si è avvicinato al ruolo di vero Ottavo Re di Roma. Tanto che, alla domanda su chi sia stato il compagno più forte con cui abbia mai giocato, l'ivoriano non ha dubbi.
"Ah, assolutamente sì. Francesco Totti, il capitano. Era semplicemente un giocatore formidabile, di un'altra categoria. Ho adorato giocare con lui alla Roma; la nostra intesa in campo era naturale. Oltre al campione sul campo, però, voglio dire che Francesco è anche una persona fantastica", racconta Gervinho.
E quando gli si chiede un aneddoto preciso, Gervinho sorride, come se la memoria fosse invasa da troppi momenti belli e spensierati per sceglierne solo uno.
"Ci sono così tanti bei ricordi che è davvero difficile sceglierne solo uno. Di certo ho passato momenti meravigliosi con lui, sia in campo che fuori. Insieme ci siamo divertiti e abbiamo fatto vibrare i tifosi della Roma, regalando spettacolo."
Grandi campioni, zero trofei: il rimpianto giallorosso
Quella Roma, a metà degli anni 2010, era una corazzata. Una rosa che, oltre a Totti e Gervinho, vantava giocatori del calibro di Edin Dzeko, Antonio Rüdiger, Miralem Pjanic e Radja Nainggolan. Una squadra che incantava per volume di gioco e risultati, ma che non riuscì mai a portare un trofeo a Trigoria, schiantandosi costantemente contro il muro della Juventus dominatrice di quel decennio. "Neanche una Coppa Italia!" è il triste ritornello dei tifosi giallorossi che guardano a quel periodo con rimpianto. Un paradosso che ancora oggi lascia un po' di amaro in bocca.
"Sì, avevamo una squadra fantastica, piena di grandi giocatori. E lo abbiamo dimostrato in campo: giocavamo un calcio bellissimo. Abbiamo ottenuto ottimi risultati e vissuto stagioni importanti, ma purtroppo ci è mancata quella dose di fortuna necessaria per portare a casa un grande titolo. È frustrante, ma d'altronde, questo è il calcio", dice Gervinho.
Arsenal, il rapporto con Wenger e la Premier League
Nell'ampio curriculum di Gervinho, come già detto, c'è anche il capitolo londinese, sponda Gunners. Arrivato all'Arsenal nel 2011, fortemente voluto da Arsène Wenger per aggiungere imprevedibilità all'attacco degli inglesi, il suo impatto sulla Premier League è stato una vera montagna russa di emozioni.
Il pensiero dominante tra i tifosi descriveva un giocatore talmente imprevedibile che a volte sembrava non sapere nemmeno lui quale sarebbe stata la sua prossima giocata.
"Beh, bisogna dirlo," ricorda Gervinho, "che sono stati davvero pochi i difensori che sono riusciti a fermarmi quando ero in giornata, quando ero lanciato. Siccome raramente giocavo male, non ricordo un difensore che mi abbia mai messo in difficoltà. Li saltavo quando volevo".

In Inghilterra in molti parlarono di un rapporto inevitabilmente complicato con il manager dell'Arsenal per via delle differenze di carattere. Ma Gervinho, oggi, a distanza di anni, getta acqua sul fuoco, analizzando la situazione con grande lucidità.
"In realtà, non c'è mai stato alcun vero problema tra me e l'allenatore. Arsène Wenger è un grande professionista. È vero, non è mai scattata quella scintilla e quel feeling speciale che avevo con Rudi Garcia, ma abbiamo avuto un rapporto assolutamente normale, basato sul rispetto professionale e sulle classiche dinamiche tra allenatore e giocatore", ricorda.
E quest'anno, da tifoso, Gervinho ha festeggiato la vittoria in Premier League dei Gunners. "Una gioia immensa perché la squadra inseguiva il titolo della Premier League da diversi anni ormai. Nelle ultime stagioni sembrava esserci una sorta di maledizione. La squadra era sempre in testa alla corsa per il titolo prima di crollare all'ultimo momento. Ma ora tutto questo è alle spalle", dice. "Questo titolo colma una lunga attesa e anni di frustrazione. I tifosi hanno tutte le ragioni per essere felici. Meritavano questo titolo da tanto tempo. La loro pazienza è stata finalmente premiata".
Costa d'Avorio, il Mondiale e la vita fuori dal campo
Ovviamente non poteva mancare un commento di Gervinho sul Mondiale, con particolare attenzione alla sua nazionale e al calcio africano.
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"La Costa d'Avorio ha una bellissima squadra con giovani molto talentuosi. Ci sono anche veterani che fanno da guida a questi ragazzi. Se la Costa d'Avorio gioca il suo miglior calcio senza complessi, può sorprendere molte squadre a questo Mondiale," dice parlando del suo Paese.

"Trovo che il calcio africano stia progredendo alla stessa velocità di quello europeo. Le nazionali africane ora ottengono buoni risultati contro le migliori nazioni calcistiche. Inoltre, troviamo molti giocatori del continente africano nei principali campionati europei. Anche se, rispetto a un'epoca molto recente, ora ci sono meno grandissime stelle", aggiunge.
La carriera in campo dell'esterno ivoriano con la fascia si è conclusa nel 2023, dopo le ultime esperienze in Cina, il ritorno in Italia con il Parma, Turchia e Grecia. Ma il suo rapporto con il calcio è più forte che mai: "Sono proprietario di un club della Terza Divisione ivoriana e lavoro con la nazionale Under 17 della Costa d'Avorio. Ho anche creato una struttura di management per i calciatori, per dare il mio contributo e aiutare i più giovani".
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