"Nel calcio giapponese c’è un piccolo piede della famiglia Coimbra." Questa frase è di Zico, pronunciata questa settimana alla vigilia di un sedicesimo di finale che lo pone in una posizione vertiginosa: vedere il paese che ha contribuito a formare calcisticamente affrontare quello in cui è nato.
Brasile-Giappone, questo lunedì, è molto più di una semplice partita di Coppa del Mondo. È la storia di un debito enorme, documentato, eppure in via di dissoluzione.

L’arcipelago e la caipirinha : una storia migratoria
Tutto inizia ben prima dei primi tocchi di palla. Nel 1908, la nave Kasato-maru attracca al porto di Santos con 781 passeggeri giapponesi a bordo. È l’atto d'inizio di una lunga storia migratoria tra i due paesi, alimentata da interessi incrociati: da un lato un Giappone in piena modernizzazione, con una fetta di popolazione rimasta indietro; dall’altro un Brasile in transizione economica, alla disperata ricerca di manodopera a basso costo dopo l’abolizione della schiavitù. Nel 2017 si contavano 1,9 milioni di Nikkeijin (i discendenti degli immigrati giapponesi) in terra brasiliana: la più grande diaspora nipponica al mondo.
È su questo terreno che germoglia la connessione calcistica. Nel 1967 Nelson Yoshimura, ventenne brasiliano nato ad Adamantina (Stato di San Paolo) da padre giapponese, non ha alcuna intenzione di trasferirsi nel paese d'origine della famiglia. "Non volevo partire – raccontava nel 2002 –. Non parlavo la lingua, non conoscevo nessuno". Eppure, l’azienda di motori Yanmar lo convince a trasferirsi a Osaka per uno stage. Vi resterà per tutta la vita.
Naturalizzato nel 1970 con il nome di Daishiro, diventa il primo brasiliano a indossare la maglia dei Samurai Blue, collezionando 46 presenze con la nazionale giapponese. La sua tecnica individuale, totalmente estranea al calcio corale e geometrico del Giappone dell’epoca, apre una breccia. La Federazione giapponese scriverà di lui: "Il suo gioco estetico dimostra che i calciatori giapponesi sono in grado di assimilare le qualità individuali del calcio brasiliano". La Yanmar, seguita a ruota da altri club, fiuta l'affare e cavalca l'onda: arrivano così altri brasiliani, tra cui Sergio Echigo – l’inventore del dribbling elástico – e Kalé (all'anagrafe Dorival Carlos Esteves), che trascinerà il club alla conquista di quattro campionati e tre Coppe dell’Imperatore.
Un ragazzino di Shizuoka nel paese di Pelé
Mentre i primi pionieri si stabiliscono in Giappone, il flusso si attiva anche nella direzione opposta, dando vita a una delle storie più romanzesche del calcio nipponico. Nel novembre del 1974, Pelé fa tappa a Shizuoka per promuovere una scuola calcio. Tra i tanti bambini, il suo occhio cade su un ragazzino il cui talento spicca nettamente rispetto ai coetanei: Musashi Mizushima, undici anni. Stregato dal suo potenziale, il Re del Calcio convince i genitori a mandarlo in Brasile. Nell’aprile del 1975 Mizushima sbarca a Santos, ma ci resta poco: su raccomandazione dello stesso Pelé viene accolto dal São Paulo FC, diventando il primo calciatore giapponese nella storia del club. Soprannominato "Icarus Wings" in patria, seguito dalle telecamere di Asahi TV e sponsorizzato prima da Yashica e poi da Mizuno, Mizushima incarna da solo l’immaginario di un intero arcipelago che sogna il calcio brasiliano. Nel 1985 si laurea campione dello Stato di San Paolo. La sua impronta va oltre il campo: sarà proprio lui a suggerire ai designer di Mizuno l'idea di creare i leggendari scarpini Morelia, ispirati proprio alla sua esperienza brasiliana.

La sua parabola ispira direttamente un certo Yoichi Takahashi. Nel 1981, il mangaka lancia su Weekly Shōnen Jump il fumetto Captain Tsubasa (noto in Italia come Holly e Benji), il cui protagonista, Tsubasa Ozora, sogna di diventare un professionista in Brasile proprio sulle orme di Mizushima. Il manga, trasposto in serie animata dal 1983, diventa un fenomeno culturale planetario e una vera fabbrica di vocazioni: intere generazioni di campioni europei e sudamericani, da Zidane a Xavi, lo citeranno tra le proprie fonti di ispirazione. In patria, l'opera gioca un ruolo cruciale nel rendere il calcio uno sport di massa, proprio negli anni in cui il paese si appresta a lanciare il professionismo.
Zico, il "dio" che ha cambiato tutto
Se Yoshimura è stato il precursore, la vera svolta ha un nome e un cognome: Arthur Antunes Coimbra, per tutti "Zico". Nel 1991, alla vigilia del lancio della neonata J-League, i Sumitomo Metals (futuri Kashima Antlers) riescono a ingaggiare la leggenda brasiliana. Lo scenario che Zico si trova davanti è sideralmente lontano dai grandi palcoscenici mondiali: il campionato è ancora dilettantistico e le squadre sono emanazioni dirette delle grandi aziende industriali. L’impatto di un fuoriclasse del genere accelera la metamorfosi del sistema. Zico trasmette al club una cultura fondata su etica del lavoro, disciplina, senso di responsabilità e rigoroso professionismo. Il Kashima modella la propria struttura societaria su quella del Flamengo, la squadra del cuore del Galinho. I media giapponesi lo ribattezzano Kamisama, il dio del calcio, e davanti al Kashima Soccer Stadium viene persino eretta una statua in suo onore.
Ma è forse la sua seconda vita nell'arcipelago a testimoniare la profondità del suo lascito: dopo aver appeso gli scarpini al chiodo nel 1994, guida la nazionale dal 2002 al 2006, conquistando la Coppa d’Asia nel 2004. In totale siede sulla panchina del Giappone per 71 partite, con un bottino di 38 vittorie, 15 pareggi e 18 sconfitte. Torna agli Antlers come direttore tecnico nel 2018, assumendo poi il ruolo di consulente nel 2022. A più di trent’anni dal suo primo sbarco, il legame resta indissolubile. "Se vince il Brasile tanto meglio, perché sono brasiliano. Ma se dovesse vincere il Giappone non sarò triste, perché nel calcio giapponese c’è un piccolo pezzetto della famiglia Coimbra", ha dichiarato alla FIFA alla vigilia di questo ottavo di finale.

Sulla sua scia, un’ondata di talenti brasiliani travolge la J-League. Dunga sposa la causa del Júbilo Iwata nel 1995, Leonardo firma per il Kashima, Careca per il Kashiwa Reysol. Ben otto membri del Brasile campione del mondo nel 1994 hanno militato in Giappone almeno una volta. Una generazione di giovani giapponesi cresce guardando questi campioni da vicino, imitandone le giocate e assorbendone il rapporto simbiotico con il pallone. Ancora oggi, il Brasile è la nazione più rappresentata nella storia del torneo, coprendo circa il 45% degli stranieri totali. Philippe Troussier, CT del Giappone tra il 1998 e il 2002, riassume così questa perfetta osmosi: "I brasiliani portano esattamente ciò che manca ai giapponesi. Il calcio nipponico è collettivo, mentre quello brasiliano esalta l'individualità e l'estro del singolo. Sono due mondi complementari".
Naturalizzati e futsal
La Federazione non si limita a importare talenti per il campionato, ma avvia una politica di naturalizzazioni mirate per innalzare il livello della nazionale. Ruy Ramos, arrivato nel 1977, ottiene la cittadinanza nel 1989 e diventa il perno dei Samurai Blue fino alla metà degli anni '90. Wagner Lopes guida l'attacco del Giappone nello storico debutto ai Mondiali del 1998, dopo dieci anni di permanenza nel paese. Più avanti, il difensore Tulio Tanaka (Nagoya Grampus) si rivelerà una colonna fondamentale nella spedizione di Sudafrica 2010.
C'è poi il caso di Alex Santos, protagonista nel 2002 e nel 2006, la cui naturalizzazione fu accelerata su esplicita richiesta di Troussier: "Eravamo corti sulla fascia sinistra. La Federazione capì l'impatto che un giocatore simile avrebbe potuto avere al Mondiale. Trovammo una soluzione ottimale, anche perché Alex viveva lì da anni e parlava perfettamente il giapponese". Si tratta comunque di innesti centellinati e rigorosi, come puntualizza lo stesso Troussier: nessuna cittadinanza regalata, serve un'integrazione profonda, duratura e linguistica.

C'è però anche un canale di trasmissione meno visibile ma altrettanto strutturale: il futsal. Il Giappone è uno dei paesi che ha investito di più sul calcio a 5 a livello scolastico e universitario, ricalcando fedelmente il modello metodologico brasiliano – lo stesso che ha svezzato Ronaldinho o Neymar nelle piazze e nei palazzetti di San Paolo. Questo approccio, basato su scambi rapidi, dribbling nello stretto e improvvisazione tecnica sotto pressione, spiega l'eccelsa qualità nel controllo di palla dell'attuale generazione nipponica. Giocatori come Kaoru Mitoma, Takefusa Kubo o Ritsu Doan sono capaci di saltare l'uomo in un fazzoletto di campo, riproponendo i tratti somatici della ginga brasiliana.
L’allievo supera il maestro
C’è una sfumatura quasi poetica in questo ottavo di finale, se si pensa a quanto la crescita del calcio giapponese sia debitrice della scuola verdeoro. Ma il Giappone del 2026 non è più lo scolaro timido che pende dalle labbra dei maestri brasiliani: oggi è una potenza calcistica a tutti gli effetti. Dei 26 convocati per questo Mondiale, ben 23 militano stabilmente in Europa tra Bundesliga, Serie A, Ligue 1 e Premier League, come sottolineato con un pizzico d'orgoglio dallo stesso Zico.
I flussi si sono invertiti: non è più il Brasile a esportare veterani per insegnare calcio nell’arcipelago, ma è il Giappone a piazzare le proprie stelle nei top club europei. "Il Giappone ha raggiunto un livello decisamente più competitivo – ammette Zico alla FIFA –. I loro calciatori hanno iniziato a trasferirsi in Europa esattamente come facevano i brasiliani e i sudamericani. La squadra è cresciuta molto sotto il profilo tattico, ma il vero salto di qualità è stato psicologico. Ora sanno gestire i momenti di difficoltà e sanno come reagire quando si trovano in svantaggio".

Nel 2006, nell’unico precedente ai Mondiali, il Brasile di Zico travolse il Giappone per 4-1. "Fu una partita speciale, ricca di emozione – ricorda –. Prima del via dissi ai ragazzi che avrei cantato l’inno brasiliano, come mi avevano insegnato a scuola, ma che dal primo minuto avrei tifato solo per il Giappone". Vent’anni dopo i rapporti di forza non si sono ribaltati, ma la distanza si è ridotta sensibilmente. Il Giappone ha metabolizzato la tecnica della Seleção, declinandola secondo la propria disciplina collettiva e una velocità letale nelle transizioni. "Negli ultimi anni hanno battuto squadre come Brasile, Germania, Spagna e Inghilterra – conclude Zico –. Sono pronti per la grande sfida".
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