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La Corte UE dà ragione ad Agnelli: le sanzioni sportive possono essere annullate da un giudice terzo

Andrea Agnelli
Andrea AgnelliMARCO BERTORELLO / AFP

La sentenza che riguarda i due ex Juventus può cambiare completamente gli scenari della giustizia sportiva e il suo rapporto con quella ordinaria.

Interrogata dal TAR del Lazio, la Corte di Giustizia dell’Unione europea si è pronunciata sul caso delle sanzioni inflitte all’ex presidente della Juventus Andrea Agnelli e all’ex amministratore delegato Maurizio Arrivabene, nell’ambito dell’inchiesta sulle plusvalenze che ha riguardato il club bianconero, stabilendo che un divieto di esercitare l’attività professionale esteso a tutti gli Stati membri può essere compatibile con il diritto dell’Unione, purché rispetti precisi requisiti di legittimità e proporzionalità. 

Secondo i giudici europei, inoltre, quando una sanzione sportiva può incidere sul lavoro e sulla carriera di una persona in tutta Europa, deve essere possibile contestarla davanti a un giudice terzo, con il potere di annullarla se è illegittima.

Niente doppio grado di giudizio

Il tribunale competente deve essere indipendente dalle organizzazioni sportive, essere previsto dalla legge e garantire il pieno rispetto dei diritti della difesa e del principio del contraddittorio. La Corte precisa che il diritto dell’Unione non impone necessariamente un doppio grado di giudizio: è sufficiente che esista almeno un organo giurisdizionale in grado di assicurare una tutela effettiva

Spetterà ora al giudice amministrativo italiano verificare se il sistema della giustizia sportiva italiana o, quantomeno, l’organo chiamato a pronunciarsi in ultima istanza soddisfino tutti questi requisiti indicati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea.

L'antefatto e gli sviluppi

Nel 2022 i due soggetti erano stati colpiti da una sanzione della FIGC che impediva loro di svolgere attività nel calcio, poi estesa dalla FIFA a livello mondiale.

Investito in seguito di un ricorso, il giudice amministrativo italiano, il cui potere si limita a quello di concedere un risarcimento senza possibilità di annullare tali sanzioni, ha interrogato la Corte di Giustizia in merito alla compatibilità di queste ultime con le libertà di circolazione garantite dal diritto dell'Unione, nonché alla conformità di un tale sistema di controllo giurisdizionale al diritto dell'Unione. 

Secondo i giudici di Lussemburgo, un divieto di esercitare un’attività professionale valido in tutti gli Stati membri costituisce una restrizione alle libertà di circolazione garantite dai trattati europei. Tale limitazione, tuttavia, non è automaticamente illegittima. Può infatti essere giustificata se persegue un obiettivo di interesse generale e se rispetta il principio di proporzionalità. 

La Corte osserva che il rispetto delle regole finanziarie e contabili nel calcio professionistico rappresenta un obiettivo idoneo a garantire il corretto svolgimento delle competizioni sportive. Sarà però il giudice nazionale a verificare se, nel caso concreto, le sanzioni inflitte ad Agnelli e Arrivabene siano effettivamente proporzionate. 

Agnelli e Arrivabene si rivolsero al TAR chiedendo di annullare la sentenza di inibizione per 24 mesi inflitta dai tribunali della FIGC, perché ingiusta. La legge italiana, però, non consente ai tribunali ordinari (quindi anche al TAR) di annullare una sentenza della Giustizia Sportiva, semmai di decidere un risarcimento economico se ritenuta ingiusta.

Altra questione incidentale

Anche il meccanismo di nomina e di revoca dei giudici sportivi è stato oggetto del dibattimento in Lussemburgo, e i giudici della Corte non sono parsi troppo convinti di un sistema nel quale i presidenti federali nominano e possono revocare i giudici che, in teoria, dovrebbero giudicare anche loro.

Inoltre, se l'Italia vorrà mantenere i processi interamente dentro il perimetro dello sport (senza l'intervento dei tribunali ordinari), dovrà riformare la struttura del CONI e delle Federazioni. I giudici sportivi dovranno diventare terzi e indipendenti rispetto agli organi politici che li nominano.

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