La protagonista invisibile della vita. La pressione è ciò che spinge un atleta a esplorare l'impossibile, ad alzare il livello, a osare oltre il proprio limite. Ma è anche l'ostacolo principale della performance, l'errore in un gesto ripetuto un milione di volte durante un allenamento che diventa crisi di nervi, rimpianto di una vittoria sfumata, vergogna eterna. Il confine è sottile, spesso impercettibile. Appunto, invisibile.
Gli esperti lo chiamano 'mindset', mentalità: chi si galvanizza nei momenti clou, chi invece si blocca, quasi intorpidito. Non è una questione di preparazione tecnica o fisica, è capacità di reggere il peso di aspettative immense. Ai Giochi il concetto deflagra, si espande esponenzialmente: tutto si gioca alla velocità della luce, in pochi attimi, per di più ogni quattro anni. Spesso non esiste una seconda possibilità. Il proprio 'io' intercetta le speranze dei tecnici, dei dirigenti, della propria stessa nazione. E c'è chi riesce e chi fallisce. Gioia e miseria. I due lati della stessa medaglia, olimpica in questo caso.
Da Alex a Atle
"Non ho retto": Alex Vinatzer lo ha ripetuto per ben due volte alle Olimpiadi di casa. Dopo la combinata a squadre, in cui ha gettato alle ortiche la splendida discesa di Giovanni Franzoni. Dopo lo slalom speciale, definendosi mestamente "uno dei perdenti". La sua gara è durata appena 23 secondi: una caduta a seguito di un'altra mezza scivolata. Due sbagli che descrivono in maniera plastica il suo stato d'animo al cancelletto di partenza, sulla Stelvio: troppa tensione, troppo nervosismo, troppa ansia.
Stessa competizione, poche ore dopo. Atle McGrath è primo: può gestire il vantaggio ma non può sentirsi sereno perché la discesa di Meillard è eccellente. C'è da correre ma senza rischi e invece il norvegese inforca. In un baleno lancia un urlo, iniziando uno show disperato, uno psicodramma: i bastoncini scaraventati a bordo pista, i parastinchi levati con rabbia, la corsa rallentata dagli scarponi verso il bosco e infine lo sdraiarsi sulla neve, alla ricerca di un posto isolato dove piangere. L'immagine dell'umano fragile dentro l'atleta sovrumano: "È tutto comprensibile, chi lo critica non sa come ci sentiamo noi atleti, quanta pressione sopportiamo", la carezza del compagno di squadra Kristoffersen.
Il volo e la caduta di Ilia
Invulnerabile sembrava anche Ilia Malinin, il Dio del pattinaggio. Uno degli ori più scontati. Ed invece un doppio capitombolo e l'ottavo posto. Lui cerca lo sguardo del padre che non solo non lo ricambia ma, addirittura, tiene la testa bassa con le mani tra i capelli. Una reazione umiliante per il figlio 21enne, viso da putto angelico, che si sente tradito. Lo sfogo - poi rimosso - sui social è allarmante, da pelle d'oca.
Messaggi sinistri, sibillini. "Penso di essere arrivato al punto nella vita in cui non mi importa più di cosa mi succede". "A volte vorrei che mi succedesse qualcosa di brutto". "Non voglio più vivere così". Il paradosso: essere il più bravo e non sentirsi comunque abbastanza bravo. Michael Jordan ha spiegato come accettarsi da atleta: "Per imparare a vincere bisogna prima imparare a fallire".
