Mondiali | L'antieroe Ouahbi, ct del Marocco: "Più che in me, ho fiducia nel mio lavoro"

Mohamed Ouahbi, l'artefice del Marocco
Mohamed Ouahbi, l'artefice del MaroccoREUTERS/Jeenah Moon

Il ct del Marocco e l'episodio che lo segnò da studente e il cammino che lo ha portato a guidare i Leoni dell'Atlante contro la Francia.

Qualche anno fa un professore disse a uno studente al primo anno del corso per diventare insegnante di educazione fisica che non aveva la stoffa per intraprendere quella carriera. Quello studente era Mohamed Ouahbi, che domani guiderà dalla panchina il Marocco contro la Francia nel primo quarto di finale dei Mondiali.

È stato proprio Ouahbi, 50 anni a settembre, a raccontare l'aneddoto in un'intervista alla rivista francese Onze Mondial.

"Ciò che mi ha molto aiutato è quando ho iniziato gli studi per diventare professore di educazione fisica. Lì ho imparato moltissime cose. In quel momento, mi sono servito anche del calcio per progredire negli studi - ha detto -. Ne parlavo di recente con il mio staff. Molti dicono: 'o hai un dono o non ce l'hai', oppure 'sei fatto per questo o non lo sei'. Eppure mi ricordo molto bene del mio primo anno di studi: un professore mi disse che, secondo lui, non ero fatto per insegnare, per dare lezioni, per trasmettere".

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L'antieroe

Nato in Belgio ma di origini marocchine, il ct dei Leoni dell'Atlante ha una carriera atipica per essere l'allenatore di una squadra approdata ai quarti di finale di un Mondiale.

Ha lavorato sempre nei settori giovanili, per molti anni dell'Anderlecht prima di approdare al Marocco Under 20 (con cui ha vinto il Mondiale l'anno scorso) e Under 23. Il suo percorso con la nazionale maggiore è iniziato solo quattro mesi fa, all'indomani dell'addio di Walid Regragui. Il coronamento di un percorso iniziato da un piccolo club dilettantistico, il Maccabi Brussels.

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"Non dirò che lo sognavo o che ci pensavo costantemente. Sono sempre stato una persona molto con i piedi per terra - racconta Ouahbi -. Questo incarico è arrivato naturalmente. Si lavora sodo, si fanno le cose bene. E come diciamo da noi: 'Dio dà, Dio toglie'. È una forma di ricompensa per tutto il lavoro svolto fin dall'inizio. Lo affronto senza stress. Sono responsabilità che mi danno molta energia e fiducia. Non ho necessariamente fiducia in me stesso, ma ho fiducia nel mio lavoro: in ciò che faccio e nel modo in cui lo faccio".

Un antieroe, per certi versi, in netta contrapposizione con la figura dell'uomo solo al comando: "Cerco sempre di coinvolgere tutti nel progetto. Non mi esprimo mai in prima persona: uso sempre il 'noi'. Quando parlo in prima persona, ho l'impressione di allontanarmi da questa logica collettiva. Uno staff prima di tutto. Chi pensa di riuscire da solo non riuscirà... in ogni caso non a lungo né correttamente".

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