C’è un’ora di gioco, a volte anche di più, in cui l’Argentina non gioca a calcio. Amministra. Palla tra i piedi, passaggi corti, terzini che avanzano senza mai accelerare davvero: i campioni del mondo in carica attraversano le loro partite come se stessero sbrigando una formalità, finché l’orologio non ricorda loro bruscamente che stanno perdendo.
Solo allora, e soltanto allora, l’Albiceleste torna a essere sé stessa. Contro il Capo Verde e poi contro l’Egitto, è stato necessario che Lionel Scaloni e i suoi uomini sfiorassero l’eliminazione per ritrovare quell’urgenza, quella verticalità e quella grinta che hanno costruito la loro leggenda. Una domanda si impone prima del quarto di finale di sabato contro la Svizzera: questa squadra è destinata a giocare solo quando ha paura di perdere?
I numeri, innanzitutto, perché raccontano di una squadra temibile sulla carta ma stranamente vulnerabile in difesa. Con 14 gol segnati in cinque partite, l’Argentina aveva, prima del quarto di finale della Francia di giovedì, il miglior attacco del torneo a pari merito con i Bleus. Da allora, la Francia ha portato il suo bottino a 16 reti battendo il Marocco, mentre l’Argentina deve ancora scendere in campo a Kansas City contro la Svizzera.
L’arte di spaventarsi
Ma è dall’altra parte del campo che emergono i problemi: nelle ultime tre uscite, contro la Giordania, Capo Verde e l’Egitto, l’Albiceleste ha incassato cinque gol, e questi gol non sono concentrati solo nel finale.
Contro l'Egitto, Ibrahim ha sbloccato il risultato già al 15', mentre Tamari e Duarte hanno colpito tra il 55' e il 59' rispettivamente per Giordania e Capo Verde. Zico ha firmato il raddoppio al 67', mentre l'unica rete arrivata nel finale è stata quella di Cabral, in pieno tempo supplementare, al 103'.
Il dato più preoccupante, dunque, non è una presunta fragilità dell'Argentina negli ultimi minuti. Al contrario, la Selección concede occasioni e reti in tutte le fasi della partita, senza mai riuscire a mettere realmente in sicurezza il risultato. Se c'è un elemento che caratterizza gli ultimi quindici minuti, è piuttosto la capacità di reagire: è proprio nel finale che gli argentini hanno spesso trovato le energie e la qualità per ribaltare l'inerzia degli incontri.
La prima ora è quella dell’anestesia. Contro Capo Verde, ai sedicesimi, Eurosport Argentina raccontava di un’Albiceleste tranquillamente immersa nella "sua padronanza e pazienza" contro avversari prudenti, uno scenario che ha portato al gol di Messi al 29° minuto... prima che gli Squali Blu, spinti da uno spirito irreprensibile, pareggiassero e trascinassero i campioni del mondo ai supplementari. Contro l’Egitto, otto giorni dopo ad Atlanta, il sintomo si è manifestato in modo ancora più preoccupante: 64% di possesso palla, ma nessuna incisività, e una squadra sorpresa già al 15° minuto da un colpo di testa di Yasser Ibrahim e poi stordita al 67° da Mostafa Zico. Sullo 0-2, con quindici minuti da giocare, l’Argentina non inseguiva più il risultato. Inseguiva la salvezza.

È qui che il copione si ribalta, ed è il cuore della questione. Al 79° minuto, Cristian Romero accorcia le distanze di testa. Quattro minuti dopo, Messi, che aveva appena sbagliato un rigore, raccoglie una respinta e firma il pareggio, il suo ottavo gol del torneo. Nei minuti di recupero, Enzo Fernández conclude un contropiede fulmineo e porta il punteggio sul 3-2. Tre gol in tredici minuti, tutti segnati dopo il 79°, per ribaltare una partita che sembrava persa. Il ct egiziano Hossam Hassan lo ha detto chiaramente dopo la gara: "Siamo stati migliori in tutto, tranne che nel risultato." La ripetizione di questo copione, in due partite consecutive a eliminazione diretta, va oltre la semplice coincidenza.
Contro l’Egitto, sono stati proprio i subentrati ad accendere la scintilla della rimonta. Gonzalo Montiel, appena entrato al 73° minuto con la sua squadra sotto 0-2, serve lui stesso il pallone del 2-2 a Messi pochi minuti dopo. Nicolás González, anche lui subentrato, dà in quel momento il ritmo che mancava al centrocampo argentino dall’inizio. La panchina di Scaloni non ha quindi bisogno di essere rivalutata: è l’undici titolare a destare più interrogativi, come se servisse uno shock esterno, umano tanto quanto numerico, per scuoterlo da una gestione troppo prudente.
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La sofferenza come piano di gioco
Resta la dimensione psicologica, che emerge in ogni dichiarazione post-partita. La parola che ricorre sempre nelle bocche dei giocatori argentini è soffrire. "Abbiamo sofferto ancora tanto, ma è la Coppa del Mondo", ha riassunto Messi in zona mista dopo la partita contro l’Egitto, aggiungendo, con le lacrime agli occhi: "Questo gruppo non molla mai."
Il suo ct non è nemmeno riuscito a concludere l’intervista a bordo campo, troppo commosso. Questa squadra, campione del mondo in carica, con un Messi di 39 anni che probabilmente sta giocando il suo ultimo Mondiale, sembra aver bisogno del pericolo per ritrovare la voglia di lottare. Il simbolo più evidente di questa teoria non è tattico, ma culturale: dalla qualificazione sofferta contro l’Egitto, i giocatori intonano nello spogliatoio "La cuarta estrella", un inno composto per questo Mondiale che richiama insieme Maradona, le Malvinas e il presunto addio di Messi alla Coppa del Mondo. Un canto scritto per la sofferenza e la redenzione, non per una tranquilla dimostrazione di forza.
Il rischio di questo meccanismo inconscio diventa concreto prima della sfida contro la Svizzera, sabato a Kansas City. Guidati da Murat Yakin, gli elvetici giocheranno il loro primo quarto di finale dal 1954 e arrivano con una solidità difensiva notevole: due clean sheet consecutivi nella fase a eliminazione diretta, 2-0 contro l’Algeria e poi 0-0 dopo 120 minuti contro la Colombia, con la qualificazione ottenuta ai rigori.
Alcuni osservatori svizzeri, come il commentatore Raoul Savoy sulla RTS, sottolineano comunque una coppia centrale "un po’ fragile", a dimostrazione che la Nati non è imbattibile. Ma un avversario capace di mantenere il pareggio per due ore senza tremare è proprio il peggior scenario per una squadra che ha bisogno di sentire il vuoto avvicinarsi per reagire.
Se Capo Verde e l’Egitto hanno concesso all’Argentina il tempo di svegliarsi dopo averla messa in difficoltà, nulla garantisce che la Svizzera commetterà lo stesso errore. Giocare con il cronometro ha funzionato due volte di fila per i campioni del mondo. La domanda, quindi, è quante volte si può vincere alla roulette russa.
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